Un viaggio alla scoperta del volto scolpito di Torino: tra statue, identità e spazio urbano plasmato dalla storia.

 

Il monumento come atto di governo e progetto di memoria

Questa frase non è soltanto un’introduzione visiva, ma una dichiarazione di intenti. La mostra MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria, allestita a Palazzo Madama e visitabile fino al 7 settembre, invita a rileggere la città attraverso uno dei suoi linguaggi più silenziosi ma pervasivi: quello della statuaria pubblica.

Torino come un museo a cielo aperto

Delle città italiane, spesso definite musei diffusi, Torino rappresenta un caso emblematico. Qui la costruzione della memoria collettiva passa in modo evidente attraverso statue e monumenti. La mostra, partendo da questa consapevolezza, mira a restituire centralità a un patrimonio che, pur essendo sotto gli occhi di tutti – forse proprio per questo – viene spesso ignorato. Il percorso espositivo, curato da Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’Amministrazione civica, si articola intorno a oltre un secolo di produzione monumentale, dall’Ottocento agli anni Trenta del Novecento. Questo periodo fu significativo per la città, che, prima capitale sabauda e poi del Regno d’Italia, ha costruito con impegno la propria identità visiva e simbolica.

La fotografia: strumento di riscoperta

Tra gli elementi centrali della mostra, si trova il lavoro fotografico di Giorgio Boschetti. Le sue potenti immagini notturne isolano i monumenti dal contesto urbano, sottraendoli al trambusto quotidiano e mettendone in risalto i forti contrasti.
Questo approccio trasforma Torino in un vero “Teatro della Memoria”: le statue emergono dal buio come presenze vive, cariche di pathos e significato. Ogni figura sembra voler raccontare la propria storia, che intrecciata a quella delle altre contribuisce a delineare una narrazione più ampia. Il risultato è la creazione di una dimensione onirica, che però restituisce al presente la percezione di quello che le statue realmente sono: strumenti di identità civile e politica.

 

Ph. G. Perottino

 

Ph. G. Perottino

 

 

Una mappa per leggere la città

Accanto alle fotografie, la grande mappa realizzata da Alessandro Capra rappresenta visivamente queste presenze e connessioni. Non è una semplice cartografia, ma un dispositivo interpretativo, che ha il compito di mostrare i 79 monumenti pubblici della città e la loro disposizione nello spazio urbano, rendendoli leggibili come un sistema.
“Torino si legge camminando”, ed a questo proposito la mappa traccia tre itinerari tematici: dalle monumentali piazze dei capolavori, ai giardini silenziosi che custodiscono il ricordo dei patrioti, fino ai viali dedicati ai giganti della scienza. Ogni itinerario è pensato per dare voce a ciascuna statua, osservata nel proprio contesto di riferimento.
La grammatica urbana di questa città colpisce l’occhio nel suo insieme: Capra trasforma progressivamente la veduta zenitale del centro storico in una veduta a volo d’uccello, accompagnando lo sguardo fino al Monviso.
È un modo per comprendere Torino e vederla non soltanto come somma di luoghi e monumenti, ma anche come costruzione coerente di una memoria collettiva.

I volti della memoria torinese

Attraverso l’esposizione di opere, fotografie, disegni e mappe, emergono diverse anime della città: l’anima risorgimentale, quella di sovrani e condottieri, ma anche di scienziati, giornalisti, personalità dai profondi ideali. Così, figure come Garibaldi, Cavour o Pietro Micca, convivono con personalità meno celebrate ma fondamentali per la costruzione civile e culturale del Paese.
In ciascun caso la mostra evidenzia che i monumenti torinesi, poco inclini al trionfalismo, sono misurati, ma mai neutrali, perché nati sempre come risultato di una scelta, una visione, un preciso progetto politico o culturale.

Palazzo Madama, luogo simbolico

Non è casuale che questa riflessione trovi spazio proprio a Palazzo Madama. Sede del primo Senato d’Italia, l’edificio si configura come un vero e proprio palinsesto storico e politico, in cui epoche e funzioni si sono stratificate nel tempo. Qui, nel 1859, venne collocata una delle prime testimonianze del verismo risorgimentale: il Monumento all’Alfiere dell’Esercito Sardo di Vincenzo Vela. Il suo valore non è soltanto formale, ma profondamente simbolico: donata come gesto di riconoscenza politica, l’opera segnò un passaggio cruciale nella costruzione di una memoria nazionale ancora agli albori, introducendo anche una rappresentazione più umana e concreta della figura militare.
In questo contesto, la mostra assume un significato ulteriore: non si limita a raccontare la memoria, ma la mette in scena in uno spazio che di quella memoria è stato, e continua ad essere, il testimone.

Perché questa mostra parla anche del presente

MonumenTO guarda al passato, ma solleva anche una domanda attuale: che ruolo hanno oggi i monumenti nello spazio pubblico? Sono ancora strumenti di identità condivisa, o diventano “oggetti” difficili da notare nel caos della città, che vanno progressivamente svuotandosi di significato?
La risposta non è univoca, ma la mostra offre strumenti critici per interrogarsi.
In un momento storico in cui il dibattito sulla memoria pubblica è sempre più acceso, diventa necessario esercitarsi a tornare ad osservare questi segni urbani, con consapevolezza.

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Last Update: 11/05/2026