… che un elefante ha vissuto 25 anni nella Palazzina di Caccia di Stupinigi?

Si chiama Fritz, l’ospite più singolare della residenza di Caccia Sabauda di Stupinigi nell’Ottocento.

Arrivò a Torino come dono da parte del viceré d’Egitto Mohamed Alì per il Re di Sardegna Carlo Felice, che aveva inviato in omaggio cento pecore merinos: uno scambio di favori!

La presenza dell’elefante Fritz va a completare il quadro di quello che si può considerare il primo giardino zoologico italiano che per rimediare all’impoverimento della fauna nel parco della Palazzina, causato dalle continue battute di caccia del Re e della corte, a fine Settecento alcuni locali cominciarono ad allevare cervi e fagiani.

Appena sbarcò a Torino divenne rapidamente famoso in tutta la città.

Cosa ci facesse un animale così esotico e così ingombrante nei giardini della famiglia reale è da ricercarsi nei rapporti internazionali della famiglia Savoia e dal ritorno dell’uso e del gusto circense di radici romane.

Ballava a suon di musica e mangiava circa 50 pagnotte, 24 cavoli lombardi, riso cotto e due pinte di vino al giorno.

Con l’intensificarsi dei contatti internazionali il giardino iniziò ad aprire le porte a numerosi animali esotici: mufloni, gazzelle, camosci e canguri.

Le corti amavano esibire i loro rari esemplari davanti ai nobili e al popolino, che impazzivano di fronte alla loro singolarità.

Il pachiderma indiano giunse in Piemonte all’età di 27 anni, nove mesi dopo la sua partenza da Alessandria d’Egitto, dove fu imbarcato insieme a due giraffe.

Fritz non fu il primo elefante a visitare la terra piemontese. Successe già nel 1774, quando un suo simile si esibì in un baraccone dietro piazza Castello.

Niente a che vedere con il successo e il mito che si creò con l’elefante di casa Savoia. Fritz abitò a Stupinigi per 25 anni e ad ogni esibizione la popolazione lo salutava con grande entusiasmo.

L’animale, con l’immagine dell’elefante buono e simpatico che si mette in mostra ballando a tempo di musica, diventa rapidamente una favola esotica nell’immaginario della popolazione torinese.

Una realtà molto lontana dallo stato d’animo della bestia, che diventa tragedia appena muore uno dei suoi custodi.

Rattristato dall’assenza di una figura che lo aveva allevato per 25 anni, come spesso accade agli animali tenuti in cattività, l’elefante smette di collaborare e cade in depressione.

L’ascesa al trono sabaudo di Vittorio Emanuele II non favorisce il destino dell’animale: nuovo re non considerava la vita dell’elefante una causa così rilevante per cui spendere tempo, tantomeno denaro.

Nel 1847 Fritz tocca il massimo della sua depressione quando uccise un custode che cercava di farlo uscire dal suo recinto.

L’animale impazzì e iniziò a distruggere tutto ciò che lo circondava nel recinto dei giardini di Stupinigi.

E come succede ancora oggi quando un animale diventa inspiegabilmente violento e cattivo, le alternative in mano all’uomo sarebbero molte, ma spesso ricorre a quella definitiva.

Nel 1852 l’elefante “triste” Fritz viene abbattuto con il metodo dell’asfissia attraverso il monossido di carbonio.

La storia di Fritz continua  al Museo di Scienze Naturali di Torino, dove è possibile osservare le sue fattezze imbalsamate.