a cura di Donatella Muraro

Le nuove indicazioni nazionali per i licei introducono una novità destinata a far discutere, ma soprattutto a far pensare: la lettura de I promessi sposi viene spostata dal secondo al quarto anno.

Non si tratta di un’esclusione, né di una riduzione del suo ruolo nel percorso scolastico. Al contrario, il romanzo di Alessandro Manzoni resta centrale. Cambia però il momento in cui viene proposto agli studenti. Ed è proprio questo spostamento, apparentemente semplice, ad aprire una riflessione più ampia sul rapporto tra i classici e il tempo della loro lettura.

I promessi sposi: non quando, ma come (e perché) leggerli

Ci sono libri che attraversano il tempo senza mai essere davvero messi in discussione. I promessi sposi è uno di questi.

Non è solo un classico della letteratura italiana: è un dispositivo culturale. Un testo che, da oltre un secolo, struttura un passaggio preciso nel percorso scolastico e, insieme, una forma di educazione collettiva. Non tanto – o non solo – per ciò che racconta, ma per il modo in cui viene letto.

Negli ultimi giorni si è tornati a riflettere sulla sua collocazione nei licei. Ma forse la domanda più interessante non è “quando leggerlo”. È un’altra: che cosa succede davvero quando lo leggiamo a scuola?

Un libro che ha bisogno di mediazione

Il romanzo di Alessandro Manzoni non è un testo immediato. La lingua, la struttura narrativa, il sistema di riferimenti storici e morali richiedono una guida.

Ed è proprio qui che si gioca uno degli aspetti più affascinanti: I promessi sposi è uno dei pochi libri che, per essere attraversato, rende necessaria la presenza dell’insegnante. Non come semplice accompagnatore, ma come interprete, mediatore, a volte persino traduttore. In questo senso, il romanzo non è solo un oggetto di studio: è uno spazio di relazione. Tra testo e lettore, ma anche tra insegnante e classe.

Il rischio dell’automatismo

Per molto tempo, la forza di questo libro è stata anche la sua stabilità. Si leggeva lì, in quel momento preciso del percorso, con modalità più o meno simili.

Ma ogni consuetudine, se non viene interrogata, rischia di trasformarsi in automatismo e quando un testo entra in una routine, può perdere parte della sua vitalità. Non perché cambi il libro, ma perché cambia il modo in cui lo attraversiamo. La lettura rischia di ridursi a esercizio: comprensione, riassunto, verifica.
Un passaggio necessario, certo, ma non sempre sufficiente a restituire la complessità e la forza del testo.

Un’opera che contiene molte opere

Uno degli aspetti più sorprendenti dei Promessi sposi è la loro capacità di contenere livelli diversi di lettura: c’è il romanzo storico, l’indagine sociale, c’è la riflessione sulla giustizia, sul potere, sulla responsabilità individuale, c’è persino una dimensione quasi “giornalistica”, nella descrizione degli eventi collettivi – la carestia, la peste, le dinamiche della folla.

Ma questi livelli non si aprono tutti insieme richiedono tempo, esperienza, stratificazione. Per questo, il momento della lettura incide più di quanto sembri: non sulla legittimità del testo, ma sulla profondità dell’incontro.

Formare lettori, non esecutori

Nel ripensare il posto di Manzoni nella scuola, forse il punto non è proteggere una tradizione, ma interrogare una pratica.

Che tipo di lettore vogliamo formare? Se l’obiettivo è sviluppare autonomia, capacità critica, relazione personale con i testi, allora diventa fondamentale costruire un percorso. Un avvicinamento progressivo alla complessità. In questo senso, spostare un testo non significa ridimensionarlo, ma inserirlo in una traiettoria più ampia.

Una memoria che resta

E poi c’è un altro livello, più silenzioso. Quello che resta dopo.

La mia copia dei I promessi sposi è ancora lì. Segnata, sottolineata, attraversata da un tempo che non è più quello della scuola. Non so dire quanto di quella lettura fosse consapevole, ma qualcosa è rimasto e credo sia questo che fanno i grandi libri: non si esauriscono nel momento in cui li leggiamo. Continuano a sedimentare… a volte tornano.

Oltre il calendario

Alla fine, la questione non è se leggere Manzoni prima o dopo, forse la questione è creare le condizioni perché quel testo possa essere davvero incontrato.

Senza fretta, senza automatismi, senza darlo per scontato. Perché i classici non chiedono di essere difesi, chiedono, piuttosto, di essere messi nella condizione di parlare e quando accade, non importa più quando li abbiamo letti.