Dal 6 febbraio al 3 maggio 2026, i Musei Reali di Torino ospitano nello Spazio Scoperte, al secondo piano della Galleria Sabauda, la mostra dossier Beato Angelico negli occhi di Bartholomeus Spranger. Giudizi Universali a confronto.
Un’esposizione che, per la prima volta, mette in dialogo diretto due opere lontane nel tempo ma unite da un filo iconografico potente: il Giudizio Universale concepito tra il 1425 e il 1428 da Beato Angelico – oggi conservato al Museo di San Marco – e la rilettura realizzata tra il 1570 e il 1571 dal pittore fiammingo Bartholomeus Spranger, oggi nelle collezioni torinesi.
Un modello che attraversa i secoli
Il confronto permette di osservare da vicino come un’invenzione figurativa del primo Rinascimento abbia continuato a generare immagini, idee, trasformazioni.
Il Giudizio Universale di Beato Angelico, dipinto a tempera e oro su tavola, è la prima rappresentazione nota del tema da parte del frate pittore. L’impianto è solenne e teologicamente rigoroso: una struttura tripartita dominata dal Cristo Giudice nella gloria celeste, affiancato dalla Vergine, da San Giovanni Battista e da una schiera di santi.
Nella fascia inferiore si apre il dramma umano:
a sinistra i beati, guidati dagli angeli verso la Gerusalemme celeste;
a destra i dannati, sospinti dai demoni verso l’Inferno, dove li attende Lucifero, fulcro simbolico della condanna eterna.
Un’immagine che affonda le radici nella lettura della Città di Dio di Sant’Agostino e nella tradizione teologica medievale, ma che già rivela la modernità luminosa del primo Quattrocento.
La rilettura manierista e la Controriforma
Circa un secolo e mezzo più tardi, Spranger riprende dichiaratamente il modello angelichiano. Il suo Giudizio Universale, realizzato a olio su rame per papa Pio V e destinato al convento domenicano di Santa Croce a Bosco Marengo, mantiene l’impianto iconografico originario ma lo traduce nel linguaggio elegante e sofisticato del pieno Manierismo.
La tavolozza si fa più naturale, in linea con le istanze della Controriforma. Nel Paradiso terrestre, tra i salvati, compare anche il volto di papa Pio V, riconoscibile per il camauro e la mozzetta rossa: un dettaglio che intreccia teologia, politica e autorappresentazione del potere.
Il risultato è una riflessione visiva sulla trasmissione dei modelli: ciò che resta e ciò che cambia passando dal primo Rinascimento alla cultura tardo-cinquecentesca delle corti europee.
Scienza, tecnica e materiali preziosi
La mostra non si limita al confronto stilistico. Una seconda sala presenta i risultati di indagini scientifiche non invasive condotte sui dipinti, mettendo a confronto le tavolozze dei due artisti.
Entrambi utilizzano materiali di grande pregio:
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blu oltremare ricavato dal lapislazzuli,
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rosso cinabro,
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lacche rosse di origine animale.
La differenza più significativa riguarda l’oro: elemento centrale nell’opera di Beato Angelico, sostituito da Spranger con il giallorino, pigmento che simula l’effetto metallico.
Accanto ai due Giudizi, l’esposizione valorizza anche la tavola della Madonna dell’Umiltà, rientrata ai Musei Reali dopo il prestito alla grande mostra fiorentina di Palazzo Strozzi, oltre a due tavolette con Angeli che testimoniano la volontà, già nell’Ottocento, di arricchire le collezioni sabaude con capolavori del Rinascimento italiano.
Un dialogo anche poetico
Completa il percorso un video realizzato da Stefano P. Testa (Lab80 film), con testo di Alessandro Uccelli, che immagina un dialogo intimo tra Spranger e il suo illustre predecessore: un confronto tra due estetiche quasi agli antipodi, unite però dalla forza di un’immagine capace di attraversare i secoli.
In programma anche un ciclo di incontri in mostra (13 febbraio, 13 e 27 marzo, 17 aprile, ore 17) e un laboratorio per famiglie dedicato alle tecniche di doratura del Quattrocento (21 febbraio, ore 15).
Questa mostra dossier non è soltanto un confronto tra due opere: è un viaggio dentro la memoria delle immagini. È il racconto di come un’idea – potente, luminosa, teologicamente densa – possa essere reinterpretata, trasformata, e continuare a parlare a epoche diverse.
Un appuntamento che invita a guardare due capolavori non come opere isolate, ma come capitoli di una stessa, affascinante storia dell’arte.